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Il sentiero dei funghi di bosco: la recensione del romanzo che inaugura La Cosa Editrice

August 28, 2026

La notizia, per quanto ci riguardi solo di striscio, è comunque grossa: oggi, dopo tredici anni di onorato oblio, Il sentiero dei funghi di bosco di Valter Ego torna in libreria, e lo fa – nientemeno! – inaugurando il catalogo de La Cosa Editrice. Un po’ come se un Paese scegliesse come inno nazionale la sigla di un cartone animato mai andato in onda: discutibile, ma memorabile.

Del romanzo e della sua genesi vi avevamo già raccontato tutto — o quasi — nell’articolo precedente, ma abbiamo preferito cancellarlo perché c’era un errore di battitura. Adesso, invece, proviamo a fare una cosa più scomoda e meno prudente: parlare del libro vero e proprio, di quello che c’è scritto dentro, insomma quella che si chiamerebbe una recensione.

Di cosa parla, in teoria

Il narratore, che di mestiere fa il riparatore a domicilio, quando non è in prigione o su una poltrona massaggiante da ipermercato, vive da solo finché una sera non atterra sul suo pianerottolo un disco volante. Ne scende Ugo, alieno stempiato con due lunghi ciuffi di peli alle orecchie a cui ha dato un nome ciascuno, Alan e Clark, che passa il tempo a giocare a Monopoli barando e a insegnare al protagonista il pasclito, che, per chi non lo conoscesse, è quello sport dove si vince non incrociando lo sguardo dell’avversario. Da qui in avanti la trama procede come dovrebbe procedere qualunque trama seria: un tritafunghi galattico, un castoro ex rapinatore di banche, una fidanzata di nome Cassiopea che scompare per poi scoprire che era si era recata a Lercara Friddi per coltivare la sua passione di una vita, un cammello vendicativo con la fez in testa, e un circo dove il pubblico applaude solo per scaldarsi le mani. Sinossi che, lo ammettiamo, perde qualcosa nella riduzione in bignami.

Sotto la superficie surreale, però, il libro segue con ordinata disciplina lo schema del romanzo di formazione: arrivo dell’amico misterioso, anni ruggenti, litigio, riconciliazione, addio, lavoro, disillusione. È solo che al posto della crisi dei trent’anni c’è un tritafunghi e, al posto del mentore saggio, c’è un principe extraterrestre che ruba le posate d’argento prima di ripartire per il suo pianeta.

Lo stile: Manzoni per chi ha fretta

Valter Ego scrive frasi che iniziano come periodi letterari ottocenteschi e finiscono in una barzelletta sul cammello che entra nel bar. È una tecnica precisa quanto rischiosa: a volte l’effetto comico è calibratissimo, altre volte la frase si accartoccia su sé stessa nel tentativo di infilarci dentro un’ultima trovata prima di andare a capo. Il passato remoto abbonda, come da tradizione dei grandi narratori che raccontano eventi mai accaduti a persone mai esistite; le similitudini superano regolarmente il buonsenso: “il nostro amore si è impallidito come la copertina di un libro dove batte sempre il sole” è un verso che avremmo voluto scrivere noi, e infatti ce lo siamo tenuti da parte per il titolo di un’altra collana, il prossimo libro o la canzone da presentare al prossimo festival dei fiori.

Quanto all’umorismo, è quello demenziale di chi ha passato l’infanzia a guardare troppa televisione italiana e l’adolescenza a chiedersi perché nessuno ridesse alle sue battute alle cene di famiglia.

E che dire dell’autore? Ne sappiamo poco, visto che si cela dietro uno pseudonimo: chi si nasconde dietro l’alter ego di Valter Ego? Il mistero è fitto e denso di piste possibili ma destinato a sciogliersi non appena ci si imbatterà nella sua biografia alla fine del libro o nella relativa pagina Autori del sito.

Il colpo di scena che non vi aspettate

La narrazione è tutta in prima persona come un unico grande flusso di ricordi che si intrecciano in maniera ingarbugliata (ci torna utile l’asse temporale nelle ultime pagine per ricostruire la fabula), senza un senso cronologico e apparentemente anche senza un senso logico. Il finale, tuttavia, rimette tutto in ordine sorprendentemente.

È proprio alla fine in cui il romanzo smette per qualche pagina di ridere di sé stesso. Il narratore e protagonista, solo su una panchina fuori da un ipermercato, inizia a raccontare la propria infanzia in un modo che non è più comico. Le persone della sua vita si confondono l’una nell’altra, e il lettore capisce, con un brivido che il libro non aveva promesso, cosa potrebbero essere state, in un’altra lettura, la navicella spaziale, il fucile che spara solo ai funghi, i due amici mai visti da nessun altro personaggio del romanzo. Non diciamo altro, sia perché non vogliamo rovinarvi il finale, sia perché non siamo del tutto certi di averlo capito neanche noi. Ma è lì, in quelle ultime pagine, che Il sentiero dei funghi di bosco smette di essere solo la barzelletta del cammello ripetuta per centoquaranta pagine e diventa qualcos’altro, qualcosa che ci si porta a casa insieme alle risate delle pagine precedenti. Il romanzo finisce con l’ultimo capitolo, non a caso chiamato Epilogo. Ed è lì, proprio con l’ultimo punto, che termina, lasciando il pubblico di lettori a bocca aperta, forse perfino con una lacrimuccia. Così almeno sostiene Francesco.

Il verdetto

Un romanzo che definire “ineguale” sarebbe generoso e definire “un capolavoro nascosto” sarebbe una bugia che nemmeno il nostro ufficio marketing (cioè sempre noi) si sente di raccontare con la faccia seria. Eppure eccoci qui, tredici anni dopo la sua prima, sommessa apparizione online, a ridargli una copertina, un ISBN e persino un pulsante per l’acquisto, che vi consigliamo di non usare mai se non vorrete pentirvene.

Il sentiero dei funghi di bosco è ora disponibile, con tanto di copertina, scheda tecnica e prezzo, nella nostra pagina Libri.

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